Gli stimolanti usati cronicamente nell'ADHD e il rischio di Parkinson
Non ci sono evidenze scientifiche che suggeriscano che gli stimolanti usati cronicamente per l'ADHD aumentino il rischio di sviluppare il morbo di Parkinson dopo una ventina d'anni.
Evidenze scientifiche attuali
Lo studio più recente e rilevante su questo argomento ha dimostrato che, contrariamente a quanto si potrebbe temere, l'uso di stimolanti su prescrizione potrebbe addirittura essere associato a un rischio ridotto di Parkinson nei pazienti con ADHD. Uno studio di coorte retrospettivo del 2024 ha riportato un hazard ratio di 0,419 (95% CI 0,34-0,516, P = 0,0013) per lo sviluppo del Parkinson nei pazienti con ADHD trattati con stimolanti rispetto a quelli non trattati 1.
Questo risultato è particolarmente interessante perché:
- Contrasta con l'ipotesi che gli stimolanti, che agiscono sui sistemi dopaminergici, possano accelerare la neurodegenerazione dopaminergica tipica del Parkinson
- Suggerisce che gli stimolanti prescritti potrebbero avere effetti diversi rispetto agli stimolanti illeciti (che sono stati associati a un aumento del rischio di Parkinson)
Meccanismi d'azione e sicurezza a lungo termine
Gli stimolanti utilizzati per l'ADHD, come il metilfenidato e i derivati dell'anfetamina, agiscono principalmente bloccando il reuptake della dopamina. Nonostante siano in uso da circa 50 anni, ci sono state preoccupazioni teoriche basate su studi su animali che suggerivano che potrebbero influenzare la maturazione dei sistemi dopaminergici centrali 2.
Tuttavia, è importante notare che:
- Gli studi clinici non hanno confermato queste preoccupazioni teoriche
- Le linee guida attuali considerano gli stimolanti come trattamenti di prima linea sicuri ed efficaci per l'ADHD 3
- Il profilo di sicurezza cardiovascolare degli stimolanti è generalmente buono, con aumenti piccoli ma statisticamente significativi della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca che sono generalmente minori, limitati nel tempo e di scarsa rilevanza clinica 4
Considerazioni sulla sicurezza a lungo termine
Sebbene esistano preoccupazioni teoriche sui potenziali effetti a lungo termine degli stimolanti, le evidenze attuali non supportano un aumento del rischio di Parkinson. Uno studio del 2007 ha esaminato la possibile associazione tra sintomi di ADHD nell'infanzia e sviluppo successivo di Parkinson, ma non ha trovato prove che i pazienti con Parkinson fossero stati esposti a psicostimolanti come il metilfenidato o l'anfetamina 2.
È importante considerare che:
- La scarsità di studi di alta qualità sulla gestione a lungo termine dell'ADHD negli adulti non stabilisce una relazione causale tra l'uso di stimolanti e danni fisiologici 5
- I rischi cardiovascolari degli stimolanti sono generalmente ben monitorati nella pratica clinica
- Le linee guida attuali raccomandano un monitoraggio regolare durante il trattamento con stimolanti 3
Conclusioni pratiche
Sulla base delle evidenze disponibili:
- Non ci sono dati che supportino la necessità di interrompere il trattamento con stimolanti per l'ADHD per timore di un aumento del rischio di Parkinson
- Il trattamento dell'ADHD dovrebbe seguire le linee guida attuali, che raccomandano gli stimolanti come trattamento di prima linea
- È importante un monitoraggio regolare degli effetti collaterali, con visite di follow-up ogni 3-4 settimane durante la fase iniziale del trattamento e, una volta stabilizzato, ogni 3-6 mesi 3
Per i pazienti con preoccupazioni specifiche o con fattori di rischio cardiovascolari, possono essere considerate alternative non stimolanti come l'atomoxetina, che ha un'efficacia simile ma un diverso profilo di effetti collaterali 3, 5.